Royal Audience granted by Her Majesty Queen-Mother Norodom Monineath Sihanouk to Marquis Vincenzo Grisostomi Travaglini and His Highness Prince Sisowath Ravivaddhana Monipong

•January 27, 2017 • Leave a Comment

Sisowath Ravivaddhana Monipong

On Tuesday 17th January 2017, in Phnom Penh,  Her Majesty Queen-Mother Norodom Monineath Sihanouk granted me and Marquis Vincenzo Grisostomi Travaglini the honour of a Royal Audience in Preah Reach Damnak Kantha Bopha at 10.30 a.m.

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Our Beloved Queen-Mother had honoured us with beautiful Royal gifts, hand-made silk ties, books and music CDs of His Majesty King Norodom Sihanouk.

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We brought from Italy a very special perfume and I kneeled down to explain the different fragrances used.

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Before leaving, Her Majesty granted us the honour of a last photography altogether, with Her Royal Highness Princess Samdech Reach Botrey Preah Anoch Norodom Arunrasmy, renewing Her wishes for the success of Our projects.

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Vincenzo Grisostomi Travaglini, Marquess and Opera Stage Director: a life dedicated to Beauty and Music

•December 14, 2016 • Leave a Comment

Sisowath Ravivaddhana Monipong

Vincenzo Grisostomi Travaglini, born in Ripatransone on 14th December, lived first in Fermo (Marche), the town of origin of his family, and then in Rome where he obtained the School-leaving Certificate (Science) and proceeded studying Law and Psychology at La Sapienza University of Rome and piano as a hobby.

pbrcThe journalist

As a young journalist in the mid 1970s, he began his career with Vatican Radio and Radio Lugano (Italian Switzerland). Between 1977 and 1993, he directed very popular broadcasts for the three main radio channels of RAI. Meanwhile, he started writing for local newspapers and magazines and has been a frequent contributor to “Il Mattino” ,“Il Corriere della Sera” and also for the weekly magazine, “Gente” as well as for numerous specialized music publications. He also wrote specialist articles not only in Italy but also in Spain, England, France, Austria, Germany, the Soviet Union, Switzerland, Tunisia, Egypt, Iraq…

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La solitudine

•November 10, 2016 • Leave a Comment

Solo. Il mondo è vasto e immenso. Solo.

La litania che si ripete ad ogni momento. Solo. Nel attimo in cui cerci di condividere l’amore eterno, solare, immenso della vita, ti ritrovi solo.

Solo nella solitudine del cuore.

Il mondo risponde con astio, si vendica della tua resistenza, della tua differenza: ti sottometti al ricco ed al potente. La tua vita non ti appartiene. Se resisti sei solo.

Accendi un lume per trovare una via, ma quelli rimangono sordi.

La norma è imposta e sovrana. Te la ritrovi contrapposta al tuo cuore. La rispetti o muori.

Vuoi condividere amore, costruire un mondo migliore. Ma nella norma, ciò non ha significato. Ti fondi nella massa o muori.

Lotti solo per la sopravvivenza, ma il sistema è predisposto per il fallimento.

La massa sposa il sistema, il pensiero non gli appartiene da lungo tempo, sovvertita si compiace nell’illusione della libertà acquisita, ma che abbandona costantemente all’altare del ricco e del potente.

Il sistema non fa che servire se stesso, il ricco e il potente. Il resto è polvere negli occhi.

Nella mia solitudine lotto per trovare la via, in questo mondo cieco, dove il lume ha abbandonato il pensiero, il piede ha perso la via.

In momenti come questo, ci si chiede perché si lotta, perché cercare di fare il bene, quando ciò che ricevi è la cattiveria. Perché cercare di condividere la differenza e la bontà. Quello che vogliono è spargere il tuo sangue ad ogni costo. Per i ricchi e potenti non sei niente più che una massa da sacrificare per ricavarne un profitto.

Tradiscono la vita sacra per arricchirsi. E perdono l’anima.

Tra qualche minuto, il tempo di calmare il cuore, mi ricorderò che i veri perdenti sono loro. Le loro mani coperte di sangue innocente, ree del crimine d’avidità, resteranno colorate ma vuote, quando si troveranno nelle lore tombe.

Magra consolazione nella mia solitudine. Il cuore piange. Domani è un’altro giorno.

La città abbandonata

•November 7, 2016 • Leave a Comment

Solo la voce del vento risuona fra le mura della città. Le strade sono deserte. Le case pure. Le biciclette posate a terra sono rimaste senza proprietario. I motorini condividono la stessa sorte, come pure le macchine. Qualche indumento si lascia trasportare dall’ululo del vento e nessuno ne reclama l’appartenenza. Alcune porte sono rimaste aperte, come per meglio accogliere il passaggio del vento, venuto a condividere le pietanze abbandonate sulle tavole, adibite probabilmente per un pranzo o forse una cena, che nessuno mai condividerà seduto su quelle sedie che rimangono stoicamente immobili esattamente come furono lasciate, come testimonianza di una presenza, come conferma della loro funzione passata.

Sul suo passaggio il vento incontra certi odori nauseanti, testimonianza di una vita passata, abbandonata anch’essa frettolosamente. La desolazione è la sola a trovarsi ancora a suo agio in quello che rimane di una città, un tempo prospera e fiera.

La sola vita che si può ancora trovare in questa città, è confinata nel letto del fiume. Al di fuori dell’acqua che scorre, il deserto si è impadronito di ogni angolo remoto e nascosto.

La guerra ha invaso le case, rapito ogni sospiro, imposto le sue leggi spietate. Nessuna pietà. Nemmeno per la dignità, dimenticata all’altare dell’ideologia della rossa parola, indottrinata nei cuori di pietra.

La vita è sacrificata nel nome della parola, qualsiasi ne sia il significato, che in verità pochi capiscono. Dettaglio di poca importanza. La parola sarà trionfante e diventerà legge suprema ed ogni opposizione ridotta al silenzio ancora prima che possa concepirne anche solo il lontano pensiero.

L’intelletto è considerato come nemico publico ed eliminato direttamente senza processo. La cultura fa la stessa fine, nessun bisogno di conoscenza per lavorare nei campi. Nella nuova era deve solo sussistere a parola diventata legge suprema. Il ricordo deve essere seppellito nel profondo oblio dell’ignoranza totale.

Ciò che rimane della città, si ritrova altrove, nei campi di riso. Si lavora o si muore. Nessuna via di mezzo. La parola è già legge suprema e ha già decretato chi vive e chi muore e l’esecuzione della legge suprema è immediata.

Di città in città, da villaggio a villaggio, il vento passa e incontra lo stessa desolazione.

Se si potesse capire la voce del vento, si sentirebbe un lamento percorrere le strade deserte della città. Struggente e lacerante, nella ricerca di un senso a dare a quello spettacolo apocalittico. Nella voce del vento, il clamore di milioni di anime lacerate all’altare della rossa parola diventata legge suprema. Un lamento che mai si placherà.

In memoriam: Phnom Penh, Cambogia. Una tragedia non ha mai fine. La memoria degli offesi è un obbligo permanente.

La goccia d’acqua che placa la sete dell’oceano

•November 5, 2016 • Leave a Comment

Il movimento dell’onda, l’andare e il rifluire, il venire e il ripartire. L’acqua. Bene prezioso creatore di vita. Elemento essenziale ad ogni forma di vita, visibile e invisibile.

La goccia d’acqua che cade dal cielo. Minuscolo punto nel firmamento, che si precipita verso la terra. Quante gocce d’acqua sono necessarie per placare la sete dell’oceano?

Con una pazienza esemplare, goccia dopo goccia, le nuvole svolgono il loro dovere e propongono il loro frutto alla terra, che l’accetta, come la benedizione divina inviatagli in un movimento eterno, che vede la terra fornire alimento al cielo e il cielo restituirlo, in un ciclo continuo e senza fine.

L’aria si giunge all’acqua e alla terra, svolge il suo ruolo e trasporta, si trasforma e a sua volta diventa cibo, il cibo di vita e parla. Racconta d’infinite battaglie, con parole che vengono d’altri luoghi, il cui senso si è perso nell’infinito sconvolgimento umano. Pochi ne indovinano il senso ancora meno ne capiscono il contenuto.

Infine il fuoco completa il cerchio e apporta il suo contributo. Nel movimento eterno che produce la vita, visibile e invisibile.

La vita è il fine ultimo degli elementi. Ne diventano il cibo, si trasformano e ne alimentano il ciclo infinito. Il movimento è eterno, nel senso che no ha fine, nel senso dell’infinito che non è comprensibile all’essere umano, che crede e pensa nel finito e limita la portata del suo pensiero, che crede giusto e corretto, ma il cui senso è limitato dall’incapacità di far evolvere il proprio pensiero al di là delle limitazioni fisiche e quindi perdendone il senso che ricade nel vago torpore delle sue limitazioni.

Questo ciclo ha origine nel divino, quella forza superiore il cui concetto si trova nell’infinito. Pure l’essere umano è un concetto che nasce dal divino e quindi si ritrova nel concetto dell’infinito e quindi si ritrova direttamente nel divino. L’origine divina dell’essere umano che si conferma nell’infinito è ciò che il pensiero umano non riesce a concettualizzare e quindi ne rifiuta l’esperienza e l’esistenza.

Ma l’infinito è inarrestabile. La vita è infinita e si rigenera all’infinito. Come la goccia che dal cielo cade nell’oceano e dall’oceano risale al cielo per ricominciare a cadere nell’oceano per poi continuare quel movimento all’infinito, imperterrita e inarrestabile. Solo l’essere umano crede poterne fermarne l’impeto. E solo l’essere umano crede riuscirvi. E solo l’essere umano fallisce costantemente. E quel fallimento si conferma ogni volta un essere umano nasce, ogni volta che la vita si rinnova, il pensiero umano fallisce. La vita trionfa. Il divino trionfa.

Le leggi divine dello spirituale sono infinite e inarrestabili. Il movimento della goccia è l’espressione del volere dell’universo, del volere divino. Quel divino il cui concetto sfugge all’essere umano. Pertanto nella semplicità si trovano le verità. Basterebbe all’umano guardare il proprio riflesso nella goccia d’acqua per capirne l’essenza e il senso del divino.

Ma il divino per esistere e evolvere non ha bisogno del pensiero umano. Nella sua evoluzione il divino continua ad espandere l’infinito e nell’infinito la verità della vita è che essa stessa è infinita ed eterna.

Una goccia d’acqua cade dal cielo e si precipita verso l’oceano per placarne la sete. Il ciclo ricomincia… o forse continua… o forse molto semplicemente il ciclo non ha ne inizio ne fine. Il ciclo è l’infinito prima e dopo, in ciò che fu e in ciò che sarà. Inizio e fine sono concetti umani e non hanno nessuna traduzione in linguaggio divino.

Tutto questo è a disposizione dell’essere umano. Ogni concetto divino e d’infinito si trovano a portata di pensiero. Il pensiero umano è quindi condannato a evolvere.

 

Il viaggio

•November 4, 2016 • Leave a Comment

Un giorno di novembre a Roma iniziò un viaggio.

Il deserto del cuore aveva reso la vita difficile, vuota. L’arrivo nella capitale, la città eterna, là dove gli imperatori diventavano divini, cambiò il mio destino. Per primo l’incontro con Roma fu un vulcano di emozioni inattese. Come si può sentirsi a casa in una città che si scopre per la prima volta nella vita presente. Eppure… eppure il sentimento non poteva essere ignorato o sbagliato, è come quando si vede qualcuno per la prima volta e quella sensazione, impressione, che ci si conosce si fa presente, ma nei propri ricordi non se ne trova la prova. I ricordi vi definiscono estranei, ma il cuore racconta una storia ben diversa.

Che dire del momento in cui scoprii la Piazza Navona? Il sentimento di appartenenza, di “déjà vu” diventa imperioso e definitivo. Quella piazza non la valicavo per la prima volta. Pertanto quello era il mio primo soggiorno a Roma, la prima volta che mettevo piede in quella piazza mitica.

Non potevano sussistere dubbi: Roma è stata la mia città durante altre vite, certamente più di una, tanto il sentimento di appartenenza si impose alla mia coscienza.

E con quel sentimento, un altro si faceva sentire imperioso: mi trovavo nella Città Eterna ed era esattamente il luogo giusto dove dovevo essere.

Il mio appuntamento era per il giorno seguente, nel frattempo potevo approfittare della città, visitarla e riscoprirne alcuni luoghi sacri, a cominciare dal Tevere.

Quando arrivò il momento d’incontrare la persona per cui avevo intrapreso il viaggio, devo ammettere che non sapevo cosa aspettarmi, non avevo nessun’idea di dove mettevo i piedi, di ciò che ne sarebbe scaturito.

Come si incontra un Principe di un’antica Casa Reale? Come Gli si rivolge la parola? Come ci si comporta nella Sua presenza? Sono alcune delle domande che ci si dovrebbe porre in preparazione di un tale incontro. Ma la mia naturalezza colpevole e un certo candore irriverente non mi ci fece pensare. Avevo una ragione che la ragione stessa ignorava, per presentarmi a Sua Altezza e il mio cuore non dubitava che l’incontro doveva farsi e che in ogni caso certamente, sarei stato rinviato a casa mia in modo gentile ma fermo. Quella consapevolezza di essere probabilmente fuori posto, pertanto non mi fermò.

La verità è che ero troppo nervoso per veramente preoccuparmi di qualsiasi altra cosa: nel mondo reale non si incontrano i Principi, salvo nelle favole, e ancora nelle favole sono presenti solo per sposare la Principessa di turno.

Ma poco importa. Quando si entra in scena, si deve ballare, poco importa il contesto e i propri tormenti interni. Il tempo della riflessione è finito e si ha nelle proprie corde, la ricetta del successo.

Un Principe asiatico, cresciuto in Francia, vivente a Roma non lo si inventa ne lo si crea, si va al suo incontro.

Il mio piano, se di piano si può parlare, era di semplicemente presentare il mio progetto. Ma non fu ciò che lo incuriosì… d’altronde del contenuto di quel discorso non se ne è più parlato fra di noi. No, devo ammettere che ciò che attirò la sua attenzione fu la mia persona. Durante quell’incontro ciò che si disse non ebbe un’importanza capitale e poco fui veramente ascoltato. Lui passò il tempo a studiarmi. Davanti ai Suoi occhi inquisitori mi trovavo a nudo. Era la mia anima che studiava e niente Gli sfuggi.

E finalmente, nell’incongruità la più totale, nell’assenza la più totale di probabilità di riuscita, il miracolo si produsse. Come mai prima mi ero esposto e alla fine del primo giorno, quello stesso giorno diventava quello della mia rinascita. L’inizio di questo viaggio.

Quel giorno e quello seguente crearono le fondamenta di ciò che doveva diventare più che una semplice amicizia. Un sentimento fraterno, che si è rafforzato rapidamente e ha resistito a certe vicissitudini. Un sentimento d’appartenenza e una vicinanza d’anima. Ma questo sentimento non poteva essere altrettanto forte senza un fulcro, quel centro che ci attira irrevocabilmente ed eternamente. L’altra ragione della mia presenza a Roma.

La Cambogia.

Non avevo mai considerato la Cambogia prima d’allora, se non come luogo dove un genocidio terribile era stato perpetrato nella seconda metà degli anni settanta. Fino al momento che scoprii nelle mie relazioni lontane un Principe originario di quel paese così esotico e che decisi di contattarlo per proporgli un progetto di viaggio e documentario concernente la stessa Cambogia.

All’incirca quattro mesi dopo quell’incontro, quella scoperta, ci ritrovammo in Cambogia. E di nuovo quel sentimento d’appartenenza, di essere a casa, di dover essere esattamente lì si ripresenta imperioso. Una voce che mi disse:

“Finalmente, ce ne hai messo del tempo. Ben tornato a casa”.

Vi prometto carissime voci nella mia testa, pure in Cambogia la mia memoria giura non messi piede prima d’allora.

Le voci ridono.

La scoperta di Phnom Penh fu un esplosione celebrale d’emozioni, a tal punto che non fui capace di esprimere ciò che risentivo. Poi avvenne il viaggio a Siem Riep, la scoperta del centro spirituale Khmer, dell’anima del Regno, quel centro che nei secoli ha attirato delle energie di una potenza tale che riescono a preservare e proteggere il cuore della civilizzazione Khmer contro tutta avversità. E l’arrivo a Siem Reap fu altrettanto e anche più devastante in un tumulto di sentimenti difficili da esprimere.

L’intensità di quei sentimenti esplose esattamente nel momento in cui misi piede in un tempio ben preciso. Il mio Principe e protettore si impiegò a farci arrivare per il tramonto al tempio Pré Rup. Questo tempio presenta una scalinata ripida per accedere alla sua sommità, da cui si è privilegiati e meravigliati da un panorama sublime. I turisti raggiungono questo tempio al tramonto per poterne ammirare i colori sublimi. In apparenza quella era pure la nostra ragione per precipitarci in quel luogo. Arrivammo pochi minuti prima del sospirato tramonto e salimmo in cima al tempio.

Se i miei arrivi a Phnom Penh e Siem Reap provocarono delle reazioni d’un’intensità emotiva senza precedenti in me, quelle stesse sensazioni impallidiscono in confronto a ciò che provai nel mettere piede nel tempio di Pré Rup. La testa cominciò a girarmi, l’impressione di appartenenza si ripresentò moltiplicata all’infinito, i rumori ambienti scomparvero e feci il giro del tempio e mi fermai in cima alla scala d’accesso ed ebbi la netta sensazione che da quel punto accoglievo le visite (il Re).

Poi la conferma con la parola di ciò che il cuore aveva già capito:

“Questo è il “tuo” tempio”.

Restava all’intelletto il compito di elaborare quelle informazioni e stabilirne le conseguenze. Ma quella è un’altra storia che vorrei potesse essersi svolta in quel momento, ma devo ammettere che il processo è durato ben più a lungo.

Alla fine di quel primo viaggio, di quella prima esperienza nessun dubbio poteva sussistere. La prima tappa di questo viaggio aveva risvegliato una coscienza e conoscenza che con il passare del tempo non ha fatto che rinforzarsi e ingrandirsi. Il legami creatisi sono diventati indelebili e inscindibili.

Ho sempre desiderato avere un fratello maggiore. Che fosse Principe non mi era mai sembrato possibile, anzi non vi avevo mai pensato. Nel mio mondo di prima le favole rimanevano nel mondo della fantasia.

Ora la fantasia è diventata realtà. Una realtà nella quale tutto diventa possibile. Un viaggio che porterà altri sviluppi, ma che a prescindere dal seguito ha già prodotto alcuni “miracoli”.

Il cuore ha sempre problemi ad esprimersi correttamente per dire la sua gratitudine infinita. Ma il cuore conosce quel sentimento e lo esprime ad ogni momento.

In quel luogo di cui la coscienza ha poca conoscenza, in cui l’anima è maestra, in cui il cuore si esprime senza barriere, in quel luogo dove ci si unisce nell’immensità eterna, dove la verità è la sola realtà, là dove il corpo fisico non esiste, sì, là dove ci ritroviamo spesso, le parole sono inutili, ma i sentimenti veri e l’amore padrone.

Non oso compararmi a tanta prosa come quella che permise al Maestro Petrarca, d’esprimere in rime sparse in un sonetto i rammarichi per gli errori giovanili, che esposero il suo cuore e la sua persona. Ma fossi anche vagamente e molto lontanamente altrettanto dotato, m’ispirerei da quel primo sonetto.

Non posso terminare, fare di una parola fine l’ultima di questo scritto. Solo mi viene la continuazione del cammino cominciato, con lo sguardo ben lontano presso Ta Reach.

Royal Audience granted by Her Majesty Queen-Mother Norodom Monineath Sihanouk to His Highness Prince Sisowath Ravivaddhana Monipong

•June 15, 2016 • Leave a Comment

Sisowath Ravivaddhana Monipong

On Friday 10th June 2016, in Phnom Penh,  Her Majesty Queen-Mother  Norodom Monineath Sihanouk granted me the honour of a Royal Audience in Kantha Bopha Pavillion at 11.00 a.m.

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On this occasion, I presented to Her Majesty my respectful wishes for Her Birthday, which will be celebrated on June 18th and presented the Queen-Mother with the special gift that Mr. Ferruccio Ferragamo, Chairman of Salvatore Ferragamo, sent to Her Majesty, knowing that his brand has been the favourite of Queen Monineath for numerous decades.

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Were also present HRH Princess Samdech Sisowath Pongneary Monipong, my beloved Aunt, HRH Princess Samdech Reach Botrey Preah Anoch Norodom Arunrasmy and Her daughter, HRH Princess Norodom Reasmey Ponita.

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